mercoledì 29 marzo 2017

Papa Francesco e Montecassino

Papa Francesco davanti alla statua
Foto da "il punto a mezzogiorno"
Oggi, 29 marzo, durante l'udienza generale in P.zza San Pietro, Il Santo Padre ha benedetto una statua appositamente arrivata dal Comune di Cassino. La statua, raffigurante Sant'Antonio da Padova, è molto venerata dalla popolazione di Cassino e da tutto il basso Lazio, anche perchè è un pò il simbolo della rinascita del Comune di Cassino dopo la seconda guerra mondiale, visto che la sua conservazione ha quasi del miracoloso. In questo breve filmato si può vedere uno scrcio della processione della statua per le vie di Cassino: https://www.youtube.com/watch?v=CkllorAnKxA
Immagine d'epoca della chiesa di Sant'Antonio
A seguito dei bombardamenti da parte degli anglo-americani, nella seconda guerra mondiale, la città era stata rasa totalmente al suolo.
Anche la storica abbazia di Montecassino, fondata da San Benedetto da Norcia, era stata completamente distrutta.
In città solo la Chiesa della Parrocchia di Sant'Antonio da Padova, e la statua che oggi è stata benedetta dal Papa, erano rimaste miracolosamente illese.

Per il resoconto della benedizione del Santo Padre si può vedere l'articolo pubblicato oggi dal quotidiano elettronico ZENIT - IL MONDO VISTO DA ROMA, a questo indirizzo:
https://it.zenit.org/articles/il-papa-benedice-una-statua-di-santantonio-sopravvissuta-al-bombardamento-di-cassino/
L'abbazia ricostruita dopo la distruzione alleata

Per gli approfondimenti storici sulle vicende che portarono alla distruzione dell'antica abbazia e dell'abitato di Cassino e dei paesi del circondario, vi rimandiamo all'articolo, al momento disponibile solo su supporto elettronico, del capitolo 14° del libro "IL GIARDINO DEL DIALOGO".
http://giardinodeldialogo.blogspot.it/2017/03/la-distruzione-di-montecassino.html
Nell'articolo sono ripercorsi brevemente gli avvenimenti precedenti e successivi, per poter comprendere lo svolgimento dei fatti, gli errori delle truppe anglo-americane e la totale inutilità, anzi in danno strategico per gli alleati, della distruzione dell'abbazia, anche a prescindere dal valore storico ed artistico del monumento comunque elevatissimo e perso per sempre.
L'abbazia distrutta dopo i bombardamenti

Tragica ed orrenda conseguenza della "Battaglia di Cassino" (così viene ricordata in Italia, eliminando già dalla denominazione il riferimento all'abbazia distrutta, mentre in tutto il mondo viene ricordata con il nome corretto di "Montecassino"), sono gli stupri, le violenze su civili inermi e le distruzioni conosciuti come "Marocchinate".
Donne e perfino bambine stuprate e violentate a migliaia da militari marocchini, inquadrati nell'esercito francese, che agivano con il consenso dei loro comandanti ed il silenzio assordante (per non dire di peggio) del comandante in capo delle truppe alleate in Italia, il Generale Alexander.
Militari marocchini accampati vicino Cassino

Anche per questo, in attesa che il nuovo sito del "Giardino del Dialogo" sia agibile, Vi rimandiamo all'articolo, compreso nello stesso capitolo 14° del libro, dal titolo "Le marocchinate" reperibile quì:
http://giardinodeldialogo.blogspot.it/2017/03/le-marocchinate.html

Una pallida idea (più che altro una citazione), di quello che accadde è riportata in una delle sequenze finali del film "La Ciociara" con Sofia Loren, che per questo film ricevette il premio oscar nel 1962 come miglior attrice protagonista, oltre a molti altri riconoscimenti.
Una scena dal film La Ciociara

La benedizione del Santo Padre alla statua di Sant'Antonio, quindi, significa molto di più che un riconoscimento della profonda simbiosi della citta benedettina con la religiosità popolare. Il 10 settembre di ogni anno, a Cassino, la ricorrenza ferma le lancette della storia e le riporta indietro nel tempo. E' qualcosa che va molto oltre la devozione dei fedeli. E' qualcosa che tocca la carne viva, anche se sono trascorsi oltre 70 anni dai tragici avvenimenti ricordati.
L'intera cittadina di Cassino, come detto sopra, si è ricostruita attorno alla chiesa di Sant'Antonio da Padova ed alla statua del suo Santo, miracolosamente scampate alla distruzione totale.

La distruzione di Montecassino


La distruzione del monastero di Monte Cassino
La distruzione del monastero di Monte Cassino si inserisce nel contesto di quella che, all'estero, viene ricordata come “Battaglia di Monte Cassino”, mentre in Italia è nota semplicemente come “Battaglia di Cassino”, come se la distruzione del Monastero sia da cancellare già dal nome.
I combattimenti si svolsero tra gennaio e maggio del 1944 (in realtà iniziarono ad ottobre dell'anno prima, subito dopo lo sbarco a Salerno), e videro impegnate da un lato le forze alleate che cercavano di arrivare a Roma, dall’altro i reparti della Wehrmacht che cercavano di contrastarne l'avanzata.
In particolare si fronteggiarono la 5a armata americana e la 10a armata tedesca, con molti “innesti” ed avvicendamenti, tra gli Alleati, che coinvolsero anche truppe neozelandesi, polacche, indiane e della “Francia libera”: in queste ultime erano inquadrati reparti marocchini ed algerini che furono i tristi protagonisti di crimini atroci e indegni, passati alla storia come “marocchinate”.
Ma è bene andare con ordine.
L'8 settembre 1943 l'Italia si era arresa agli alleati, che il giorno dopo sbarcavano a Salerno, mentre i tedeschi, che fino al giorno prima erano nostri alleati, iniziavano la fase di occupazione.
Le forze anglo-americane, per risalire da Salerno verso Roma dovevano sfondare la linea Gustav, difesa da truppe tedesche esperte e ben equipaggiate, che faceva perno sull'abitato di Cassino, da cui si dominava tutta la sottostante valle del Liri.
In cima al Monte Cassino c'era la storica Abbazia Benedettina e, da questa posizione, i difensori controllavano l'intera valle.
La battaglia fu caratterizzata da scontri violentissimi, cui non pose fine neanche il discusso bombardamento aereo alleato del secolare monastero: esso, oltre alla distruzione di una struttura architettonica ed artistica di importanza storica, venne unanimemente giudicato un gravissimo errore tattico e strategico per le truppe alleate, in aggiunta ai molti altri errori che inchiodarono sino al maggio dell’anno successivo le truppe anglo-americane di fronte alla linea Gustav.
Gli errori dei comandi Alleati furono molteplici e di notevole portata. Tra i più importanti, possiamo citare:
  • estrema sottovalutazione della resistenza tedesca, dovuta anche all'euforia dei facili successi relativi ai primi obiettivi conseguiti subito dopo lo sbarco a Salerno (conquista dell'aeroporto di Foggia e della Città di Napoli);
  • divisione in due delle forze Alleate, con gli inglesi che percorrevano l'Adriatica e gli americani, con altre divisioni inglesi e multirazziali, che cercavano di sfondare sul Tirreno e dagli Appennini contro le linee fortificate tedesche. Tale divisione, oltre ad indebolire gli attacchi differenziati era anche causa ed effetto di piccole e grandi gelosie per ricevere l'onore di entrare trionfalmente per primi a Roma;
  • limitatezza, per non parlare di incapacità, nella linea di comando. Lo stesso Generale Eisenhower si augurava in privato che il Generale Alexander fosse sostituito dal Generale Patton al comando delle operazioni;
  • scollamento e scarsa comunicazione fra i diversi reparti e fra le forze aeree e le truppe a terra;
  • poca comprensione delle azioni tedesche, che sfruttando le agevoli strade vicino Roma, potevano spostare velocemente le proprie truppe ove necessario, mentre le forze Alleate dovevano servirsi delle impervie stradine montane degli Appennini;
  • poca comprensione delle azioni di fortificazione realizzate, nonostante i comandi avessero decodificato gli ordini di costruzione delle linee difensive, compresa la “linea Gustav”, sotto Roma, e la “linea Gotica”, vicino Firenze;
  • errate valutazioni sulla strategia dei tedeschi. Basta dire che, anche dopo l'evidenza delle costruzioni delle linee fortificate, il generale Alexander credeva che i tedeschi, dopo lo sbarco di Salerno, si sarebbero ritirati a difesa della valle padana e delle zone industriali del nord, e riteneva di conquistare Firenze e Rimini prima di Natale.
Il 13 ottobre le truppe alleate attraversarono i Volturno, pronte a percorrere i 65 chilometri per arrivare alla linea Gustav; a fine novembre, dopo un mese di lotta, la linea tedesca aveva ceduto solo parzialmente, mentre l'avanzata alleata era stata arrestata ben prima della principale linea di resistenza.
La 5ª Armata, forte ad ottobre di circa 200 mila uomini, nel solo mese di dicembre perse circa 23.000 soldati per malattie e infortuni causati dal freddo e dal terreno fangoso: oltre il 10 % degli effettivi.
Il 31 dicembre il comando tedesco osservò quasi con ironia che l'avanzata verso Roma degli Alleati era di appena «dieci chilometri al mese».
Quando si presentò dinanzi alla Gustav, la 5ª Armata era un assembramento di soldati di diverse nazionalità ed il malcontento regnava in tutta la catena di comando alleata.
Anche i corrispondenti di guerra esprimevano riserve sia sulla confusione che regnava nei piani d'avanzata, sia sulle capacità di comando del generale Alexander.
Il primo vero attacco iniziò il 3 gennaio, ma le posizioni conquistate si rivelarono vuote, abbandonate dai tedeschi che scandivano il ritmo dei ritiri presso le linee fortificate.
Il 15 gennaio il Corpo francese era avanzato di circa sei chilometri e non aveva neanche preso contatto con le difese della Gustav..
Con le truppe alleate che, fra attacchi e contrattacchi rimanevano praticamente ferme, il 22 gennaio sbarcarono ad Anzio altre truppe alleate, con l'obiettivo di aggirare la stessa Gustav e giungere a Roma. Però, dopo aver stabilito una iniziale testa di ponte, rimasero bloccate e non riuscirono a progredire.
Dopo giorni di combattimenti durissimi nel pieno di un rigido inverno, i fanti americani erano riusciti ad occupare una serie di colline in prossimità dell'Abbazia di Montecassino.
I reparti tedeschi, pur decimati, resistettero ricevendo rinforzi.
Solo il 2 febbraio avanguardie americane raggiunsero la periferia di Cassino, ma vennero fermate dalle difese tedesche.
Per dare un'idea della violenza dei combattimenti ricordiamo che lo stesso 2 febbraio la fanteria americana riuscì a occupare il monte Calvario, che il 7 febbraio venne riconquistato dai tedeschi, che a loro volta vennero sloggiati (9 febbraio) dagli americani. Gli scontri si conclusero solo il 10 febbraio quando i tedeschi ripresero definitivamente il monte.
L'11 febbraio venne lanciato un nuovo attacco in direzione dell'Abbazia, ma le truppe indiane e neozelandesi riuscirono ad avanzare di soli 300 metri sotto una tempesta di neve e di fuoco nemico: insomma, la “prima battaglia di Montecassino” era terminata con un netto successo difensivo tedesco.
I comandi alleati si resero conto dell'impossibilità di prendere il Monastero in quelle condizioni ed è in questo contesto che, tra il 5 e il 15 febbraio, maturarono una delle decisioni più controverse dell'intero conflitto: il “bombardamento di Montecassino”.
La questione chiave era se il Monastero fosse, o no, occupato dai tedeschi.
In effetti non lo era ma, a mo’ di giustificazione (assolutamente falsa), i comandi militari alleati affermarono che questo lo si poté scoprire solo dopo. Questi, invece, erano ben al corrente dell'accordo fra le autorità ecclesiastiche e quelle italo-tedesche, secondo cui i soldati avrebbero potuto stare all'esterno dell'Abbazia, ma nessuno sarebbe potuto entrare.
Infatti, i soldati tedeschi che stavano nel perimetro, non erano lì a far la guardia a un’eventuale guarnigione all'interno della struttura, ma sorvegliavano affinché nessun militare facesse l'errore di entrare all'interno del Monastero, oltre che coadiuvare il lavoro di messa in sicurezza dei beni artistici.
Anche le foto scattate prima del bombardamento dall'aviazione alleata, rilevano che le postazioni tedesche erano a 300 metri dall'abbazia.
Lo stesso Generale Clark, che dette l'ordine, ammise a posteriori che fu un tragico errore di tattica militare - oltre che una vergogna dal punto di vista morale - che rese poi tutto il lavoro più difficile.
Infatti il bombardamento non fu solo un'operazione inutile ma anche estremamente dannosa dal punto di vista strategico: lo storico di Harvard, Herbert Bloch, sostenne giustamente che le macerie del bombardamento, subito occupate dai tedeschi, offrirono un prezioso riparo che consentì loro di tenere a lungo quella posizione, dalla quale bersagliarono le truppe alleate, infliggendo gravissime perdite a chiunque tentasse di superare la Linea Gustav.
Il 15 febbraio, quindi, l'aviazione rase al suolo Montecassino in un bombardamento che durò per tutta la mattinata, e dove trovarono la morte numerosi civili che avevano cercato rifugio all'interno dell'abbazia, credendosi così al sicuro, mentre all'esterno furono uccisi dalle bombe numerosi soldati tedeschi, ma anche quaranta soldati della divisione indiana. Inoltre all'operazione, che avrebbe dovuto vedere in azione pochi bombardieri, come richiesto da Clark, parteciparono invece più di 200 velivoli, per l'intenzione da parte dei Comandi Alleati di approfittare dell'occasione per sperimentare una nuova strategia di bombardamento con mezzi ad alta quota su di un obiettivo puntiforme.
La storica Abbazia venne così sacrificata sull'altare dell'idiozia tattica e strategica. Capolavori architettonici ed artistici trovarono la fine, dopo esser stati, tra le proprie mura, espressione per secoli di splendore e cultura, per essere trasformate, da quasi “impiccio” per le divisioni tedesche, a comodo riparo dei loro cannoni e mitragliatrici che per altri quattro mesi falcidiarono e tennero in scacco le forze alleate.
La seconda battaglia fu, di fatto, la continuazione della prima, con i medesimi errori da parte alleata e la possibilità, per i tedeschi, di usufruire delle macerie del Monastero per protezione ed attacco: visto che l'Abbazia era stata rasa al suolo, infatti, l'accordo precedente aveva perso ogni efficacia.
Qualsiasi esperto di guerra urbana può confermare come una casa, o una struttura in generale, può rivelarsi una trappola, mentre le sue macerie costituiscono un riparo ideale. Un raid aereo, previsto per il 16, venne anticipato al 15 di febbraio per il miglioramento delle condizioni meteorologiche, ma ciò non venne riportato alle truppe a terra che, quando entrarono in azione, trovarono i tedeschi in postazioni che avrebbero dovuto essere presidiate dagli americani.
Anche la “seconda battaglia di Montecassino” era finita senza che, in 5 settimane, gli Alleati avessero ottenuto miglioramenti, e con la Città ed il monte dell'Abbazia di Montecassino ancora in mani tedesche. L'Abbazia era stata distrutta inutilmente e colpevolmente e le truppe alleate continuavano ad essere inchiodate alle posizioni di partenza.
Ci fermiamo qui, per quanto concerne i resoconti sull'inutile e sconcertante distruzione della storica Abbazia, ma i successivi avvenimenti, sino alla presa finale di Montecassino, che avverrà solo a maggio, sono propedeutici al tragico epilogo delle “Marocchinate”, che sono ricordate nel successivo articolo.
Dopo i combattimenti, infatti, si verificarono feroci stupri di massa ad opera dei “goumier”, soldati marocchini e algerini ai quali il generale francese Alphonse Juin aveva concesso assoluta libertà di comportamento per 50 ore, come premio per aver sfondato il fronte difensivo tedesco. I goumiers commetteranno stupri, assassinii, furti e violenze di ogni genere soprattutto a danno di donne, bambini e sacerdoti in tutta la Valle del Liri e nei Monti Aurunci, passati alla storia con il nome, appunto, di “Marocchinate”: per dovere di cronaca è bene non dimenticare che le truppe colpevoli erano sotto il comando francese.



Le Marocchinate

LE MAROCCHINATE : 
ASPETTAVANO I LIBERATORI MA ARRIVO’ L’INFERNO

La riluttanza e la scarsa memoria del nostro Paese, dedita soprattutto ad una sorta di invidia esterofila dei miti altrui, ci fa dimenticare che di Martiri, ma soprattutto di Eroi, lo stivale ne ha avuti e forse anche più di tutti gli altri paesi, dai più ammirati ed invidiati.
Nella nostra nazione sono avvenuti olocausti annegati nell’indifferenza della storiografia per 60 anni e non ancora approfonditi del tutto come le Foibe, il massacro dei bimbi di Gorla, le famose “marocchinate”, gente comune, colpevole solamente di trovarsi al momento sbagliato nella propria casa, mentre erano in atto pulizie etniche, saccheggi, violenze e stupri di ogni genere, compiuti sotto bandiere e vessilli di “liberazione”.
Nel Febbraio del 1944 gli alleati bombardarono l’abbazia di Montecassino, causando la morte di centinaia di civili. Raso al suolo il monastero si passò alle cittadine limitrofe, e ciò portò alla completa distruzione delle città sottostanti il monastero, Cassino appunto, e altri centri urbani rurali del luogo: la stima delle vittime in questa operazione fu di circa 50.000 militari e 10.000 civili.
Ora l’esercito alleato si trovava di fronte alla linea Gustav, una catena umana che tagliava in due parti la nostra penisola, dal tirreno all’adriatico, voluta da Hitler come baluardo di resistenza  tedesca in terra italica.
I continui attacchi frontali delle forze alleate alla retroguardia teutonica, si rivelarono subito infruttuosi e superflui. Si decise allora di aggirare la linea nemica e questo compito fu dato dal Gen. Mark Wayne Clark, comandante della V armata americana, al Gen. Alphonse Juin, comandante franco-algerino delle truppe francesi (Goumiers) in Italia; ciò perché questi ultimi avevano una maggiore predisposizione al combattimento montano.
 Le truppe francesi cominciarono così l’avanzata con l’operazione che prese il nome “Diadem”, prima sottoponendo i tedeschi ad un pesante bombardamento e subito dopo attaccando Monte Faito, presso i Monti Aurunci, sguarnendo la linea nemica fino alla valle del Liri, e risalirono poi verso il frusinate fino ad assestarsi in Toscana.
Dove passarono però le truppe “liberatrici”, accaddero cose mai viste in quelle terre: stupri, rapine, saccheggi, omicidi, evirazioni e torture furono all’ordine del giorno…
Il corpo di spedizione francese era composto da circa 110 mila unità, per lo più marocchini, algerini, tunisini e senegalesi; essi si chiamavano “Goumiers” in quanto erano organizzati in “Goums”, gruppi composti da una settantina di uomini per lo più legati da parentela.
 Appena sbarcati in Italia i Goumiers fecero subito vedere di che pasta erano fatti: in Sicilia, infatti, essi cominciarono a razziare e sequestrare donne del luogo considerandole “bottino di guerra” e le portarono via come prostitute. I primi episodi si registrarono sulla statale Licata-Gela, come ci dice lo storico Fabrizio Carloni, per poi proseguire a Capizzi, tra Nicosia e Troina. Qui i franco-africani si abbandonarono addirittura a stupri di massa:“…le consideravano bottino di guerra e le portavano via sghignazzando e trattandole con un linguaggio da trivio, come se fossero delle prostitute…”.
Si proseguì con lo stesso comportamento nei paesi di Mastrogiovanni (dove madri e figlie venivano stuprate e poi passate per le armi), Lanuvio, Velletri ed Acquafondata, dove ci fu addirittura un rastrellamento di donne da violentare.
La vergogna però che si compì nelle battaglie in ciociaria toccò apici clamorosi e devastanti, e infatti il comandante francese Juin per incentivare e caricare le sue truppe prima della battaglia, sembra  che pronunciò il seguente discorso:

Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia.
Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete.
Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo.
Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico.
Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete…”.
I suoi Goumiers non se lo fecero ripetere due volte…
Il loro premio cominciarono a riscuoterlo nella cittadina di Esperia, dove circa 3.500 donne, tra gli 8 e gli 85 anni, vennero stuprate e, nella più benevola delle sorti, uccise; circa 800 uomini sodomizzati, tra cui un prete (Don Alberto Terilli) che morì poco dopo; i parenti delle vittime o coloro che cercarono di difendere le donne vennero impalati…
Gli altri alleati erano al corrente di ciò che stavano facendo i franco-africani?
Le fonti sembrano dirci di sì, in quanto, già precedentemente, gli ufficiali alleati avevano richiesto in patria “l’invio” di prostitute al seguito delle truppe, per placare i desideri dei propri soldati. Sapevano anche che i Goumiers francesi avevano un’altra peculiarità: quella di evirare i soldati nemici e soprattutto quella di vendere, a quei  soldati americani bramosi di ottenere elogi e galloni senza troppo rischiare, i soldati tedeschi catturati, al prezzo di 500/600 franchi per un soldato semplice e di circa il triplo per un ufficiale.
Quindi, secondo alcuni storici, tutti sapevano cosa stesse accadendo, De Gaulle in primis, e soprattutto chi era sul posto come il Gen. Harold Alexander, che molti dicono ricevette la richiesta di permesso di “carta bianca” da parte di Juin, limitandosi a contrattare con egli le 50 ore di dominio “anarchico” sulla popolazione civile. In una nota della Presidenza del Consiglio ciò si evidenzia ancora di più, ed infatti si legge che gli ufficiali francesi: “lungi dall'intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi…” in quanto gli accordi prevedevano “un patto che accorda loro il diritto di preda e saccheggio” e che “nella generalità dei casi essi preferiscono ignorare, e da qualcuno è stato anche detto che agli irregolari marocchini spetta il diritto di preda”.
La furia franco-coloniale non si placò e continuò nelle cittadine di Ceccano, Supino, Sgurgola e paesi limitrofi (dal 2 al 5 giugno 418 stupri su uomini, donne e bambini, 29 omicidi, 517 furti).
Una nota dei Carabinieri ricorda la bestialità di quegli eventi: “infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (...) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate”.
Starà poi alle truppe alleate franco-senegalesi completare “l’opera”: infatti, prima di essere rimpatriate, infierirono ancora sulla popolazione civile in Toscana, per lo più nell’isola d’Elba (dopo essere passati anche in Val d’Orcia e nel viterbese).
Le responsabilità di quei tragici giorni della nostra storia, devono ricadere anche su alcuni uomini politici italiani di allora, perché, non bisogna dimenticare, che l’Italia badogliana dichiarò guerra alla Germania, diventando di fatto collaborazionista dello Stato Maggiore alleato; non meno gravi le responsabilità del governo di Unità Nazionale di Ivanoe Bonomi, che non sollevò mai una protesta ufficiale per le cosiddette “marocchinate”, come del resto i governi che lo hanno succeduto per 50-60 anni e per i quali questo è sempre stato un argomento tabù e politicamente scorretto, in virtù di quella che Renzo De Felice amava definire “vulgata resistenziale”…
Dopo la guerra il corpo di spedizione francese riconobbe alle vittime un indennizzo che andava dalle 30 alle 150 mila lire a donna stuprata; tali somme vennero detratte dai danni di guerra dovuti dall’Italia alla Francia; dal canto suo il governo italiano pagò alle vittime una pensione minima e a tempo.
Le cifre di queste nefandezze non sono molto chiare: si parla di circa 60.000 donne stuprate, numero che si basa sulle richieste di indennizzo ricevute. Di queste vittime, una grande percentuale rimase affetta da malattie come sifilide o blenorragia, molti furono i figli nati dai rapporti coatti, la maggior parte dei mariti e dei compagni furono contagiati dalle mogli, migliaia di omicidi, parte dei quali effettuati ai danni di chi “osava” difendere l’onore delle donne, l’81% dei fabbricati distrutti, il 90% del bestiame sottratto, così come i gioielli e ogni altro tipo di beni materiali, evirazioni, cittadini impalati, bambini (di entrambi i sessi), uomini, sacerdoti ed anche animali sodomizzati…
Ad aggiungersi a questi dati strazianti, per le vittime ci fu anche la beffa di vedersi come delle persone emarginate dalla società, non ci furono quasi mai nei loro confronti degli atti di solidarietà, molte donne vennero ripudiate, stentarono a trovare un marito ed un lavoro e molte furono quelle che non riuscirono a convivere con questo fardello suicidandosi.

Ecco una testimonianza dell’epoca:
I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre (...) da altri militari veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi…

Ricordare, in alcuni casi, è un dovere…

Sergio Sagnotti