La
distruzione del monastero di Monte Cassino
La
distruzione del monastero di Monte Cassino si inserisce nel contesto
di quella che, all'estero, viene ricordata come “Battaglia di Monte
Cassino”, mentre in Italia è nota semplicemente come “Battaglia
di Cassino”, come se la distruzione del Monastero sia da cancellare
già dal nome.
I
combattimenti si svolsero tra gennaio e maggio del 1944 (in realtà
iniziarono ad ottobre dell'anno prima, subito dopo lo sbarco a
Salerno), e videro impegnate da un lato le forze alleate che
cercavano di arrivare a Roma, dall’altro i reparti della Wehrmacht
che cercavano di contrastarne l'avanzata.
In
particolare si fronteggiarono la 5a
armata americana e la 10a
armata tedesca, con molti “innesti” ed avvicendamenti, tra gli
Alleati, che coinvolsero anche truppe neozelandesi, polacche, indiane
e della “Francia libera”: in queste ultime erano inquadrati
reparti marocchini ed algerini che furono i tristi protagonisti di
crimini atroci e indegni, passati alla storia come “marocchinate”.
Ma è
bene andare con ordine.
L'8 settembre 1943
l'Italia si era arresa agli alleati, che il giorno dopo sbarcavano a
Salerno, mentre i tedeschi, che fino al giorno prima erano nostri
alleati, iniziavano la fase di occupazione.
Le forze
anglo-americane, per risalire da Salerno verso Roma dovevano sfondare
la linea Gustav, difesa da truppe tedesche esperte e ben
equipaggiate, che faceva perno sull'abitato di Cassino, da cui si
dominava tutta la sottostante valle del Liri.
In cima
al Monte Cassino c'era la storica Abbazia Benedettina e, da questa
posizione, i difensori controllavano l'intera valle.
La
battaglia fu caratterizzata da scontri violentissimi, cui non pose
fine neanche il discusso bombardamento aereo alleato del secolare
monastero: esso, oltre alla distruzione di una struttura
architettonica ed artistica di importanza storica, venne unanimemente
giudicato un gravissimo errore tattico e strategico per le truppe
alleate, in aggiunta ai molti altri errori che inchiodarono sino al
maggio dell’anno successivo le truppe anglo-americane di fronte
alla linea Gustav.
Gli
errori dei comandi Alleati furono molteplici e di notevole portata.
Tra i più importanti, possiamo citare:
-
estrema sottovalutazione della resistenza tedesca, dovuta anche all'euforia dei facili successi relativi ai primi obiettivi conseguiti subito dopo lo sbarco a Salerno (conquista dell'aeroporto di Foggia e della Città di Napoli);
-
divisione in due delle forze Alleate, con gli inglesi che percorrevano l'Adriatica e gli americani, con altre divisioni inglesi e multirazziali, che cercavano di sfondare sul Tirreno e dagli Appennini contro le linee fortificate tedesche. Tale divisione, oltre ad indebolire gli attacchi differenziati era anche causa ed effetto di piccole e grandi gelosie per ricevere l'onore di entrare trionfalmente per primi a Roma;
-
limitatezza, per non parlare di incapacità, nella linea di comando. Lo stesso Generale Eisenhower si augurava in privato che il Generale Alexander fosse sostituito dal Generale Patton al comando delle operazioni;
-
scollamento e scarsa comunicazione fra i diversi reparti e fra le forze aeree e le truppe a terra;
-
poca comprensione delle azioni tedesche, che sfruttando le agevoli strade vicino Roma, potevano spostare velocemente le proprie truppe ove necessario, mentre le forze Alleate dovevano servirsi delle impervie stradine montane degli Appennini;
-
poca comprensione delle azioni di fortificazione realizzate, nonostante i comandi avessero decodificato gli ordini di costruzione delle linee difensive, compresa la “linea Gustav”, sotto Roma, e la “linea Gotica”, vicino Firenze;
-
errate valutazioni sulla strategia dei tedeschi. Basta dire che, anche dopo l'evidenza delle costruzioni delle linee fortificate, il generale Alexander credeva che i tedeschi, dopo lo sbarco di Salerno, si sarebbero ritirati a difesa della valle padana e delle zone industriali del nord, e riteneva di conquistare Firenze e Rimini prima di Natale.
Il 13
ottobre le truppe alleate attraversarono i Volturno, pronte a
percorrere i 65 chilometri per arrivare alla linea Gustav; a fine
novembre, dopo un mese di lotta, la linea tedesca aveva ceduto solo
parzialmente, mentre l'avanzata alleata era stata arrestata ben prima
della principale linea di resistenza.
La 5ª
Armata, forte ad ottobre di circa 200 mila uomini, nel solo mese di
dicembre perse circa 23.000 soldati per malattie e infortuni causati
dal freddo e dal terreno fangoso: oltre il 10 % degli effettivi.
Il 31
dicembre il comando tedesco osservò quasi con ironia che l'avanzata
verso Roma degli Alleati era di appena «dieci chilometri al mese».
Quando
si presentò dinanzi alla Gustav, la 5ª Armata era un assembramento
di soldati di diverse nazionalità ed il malcontento regnava in tutta
la catena di comando alleata.
Anche i
corrispondenti di guerra esprimevano riserve sia sulla confusione
che regnava nei piani d'avanzata, sia sulle capacità di comando del
generale Alexander.
Il primo
vero attacco iniziò il 3 gennaio, ma le posizioni conquistate si
rivelarono vuote, abbandonate dai tedeschi che scandivano il ritmo
dei ritiri presso le linee fortificate.
Il 15
gennaio il Corpo francese era avanzato di circa sei chilometri e non
aveva neanche preso contatto con le difese della Gustav..
Con le
truppe alleate che, fra attacchi e contrattacchi rimanevano
praticamente ferme, il 22 gennaio sbarcarono ad Anzio altre truppe
alleate, con l'obiettivo di aggirare la stessa Gustav e giungere a
Roma. Però, dopo aver stabilito una iniziale testa di ponte,
rimasero bloccate e non riuscirono a progredire.
Dopo
giorni di combattimenti durissimi nel pieno di un rigido inverno, i
fanti americani erano riusciti ad occupare una serie di colline in
prossimità dell'Abbazia di Montecassino.
I
reparti tedeschi, pur decimati, resistettero ricevendo rinforzi.
Solo il
2 febbraio avanguardie americane raggiunsero la periferia di Cassino,
ma vennero fermate dalle difese tedesche.
Per dare
un'idea della violenza dei combattimenti ricordiamo che lo stesso 2
febbraio la fanteria americana riuscì a occupare il monte Calvario,
che il 7 febbraio venne riconquistato dai tedeschi, che a loro volta
vennero sloggiati (9 febbraio) dagli americani. Gli scontri si
conclusero solo il 10 febbraio quando i tedeschi ripresero
definitivamente il monte.
L'11
febbraio venne lanciato un nuovo attacco in direzione dell'Abbazia,
ma le truppe indiane e neozelandesi riuscirono ad avanzare di soli
300 metri sotto una tempesta di neve e di fuoco nemico: insomma, la
“prima battaglia di Montecassino” era terminata con un netto
successo difensivo tedesco.
I
comandi alleati si resero conto dell'impossibilità di prendere il
Monastero in quelle condizioni ed è in questo contesto che, tra il 5
e il 15 febbraio, maturarono una delle decisioni più controverse
dell'intero conflitto: il “bombardamento di Montecassino”.
La
questione chiave era se il Monastero fosse, o no, occupato dai
tedeschi.
In
effetti non lo era ma, a mo’ di giustificazione (assolutamente
falsa), i comandi militari alleati affermarono che questo lo si poté
scoprire solo dopo. Questi, invece, erano ben al corrente
dell'accordo fra le autorità ecclesiastiche e quelle italo-tedesche,
secondo cui i soldati avrebbero potuto stare all'esterno
dell'Abbazia, ma nessuno sarebbe potuto entrare.
Infatti,
i soldati tedeschi che stavano nel perimetro, non erano lì a far la
guardia a un’eventuale guarnigione all'interno della struttura, ma
sorvegliavano affinché nessun militare facesse l'errore di entrare
all'interno del Monastero, oltre che coadiuvare il lavoro di messa in
sicurezza dei beni artistici.
Anche le
foto scattate prima del bombardamento dall'aviazione alleata,
rilevano che le postazioni tedesche erano a 300 metri dall'abbazia.
Lo
stesso Generale Clark, che dette l'ordine, ammise a posteriori che fu
un tragico errore di tattica militare - oltre che una vergogna dal
punto di vista morale - che rese poi tutto il lavoro più difficile.
Infatti
il bombardamento non fu solo un'operazione inutile ma anche
estremamente dannosa dal punto di vista strategico: lo storico di
Harvard, Herbert Bloch, sostenne giustamente che le macerie del
bombardamento, subito occupate dai tedeschi, offrirono un prezioso
riparo che consentì loro di tenere a lungo quella posizione, dalla
quale bersagliarono le truppe alleate, infliggendo gravissime perdite
a chiunque tentasse di superare la Linea Gustav.
Il 15
febbraio, quindi, l'aviazione rase al suolo Montecassino in un
bombardamento che durò per tutta la mattinata, e dove trovarono la
morte numerosi civili che avevano cercato rifugio all'interno
dell'abbazia, credendosi così al sicuro, mentre all'esterno furono
uccisi dalle bombe numerosi soldati tedeschi, ma anche quaranta
soldati della divisione indiana. Inoltre all'operazione, che avrebbe
dovuto vedere in azione pochi bombardieri, come richiesto da Clark,
parteciparono invece più di 200 velivoli, per l'intenzione da parte
dei Comandi Alleati di approfittare dell'occasione per sperimentare
una nuova strategia di bombardamento con mezzi ad alta quota su di un
obiettivo puntiforme.
La storica Abbazia venne così
sacrificata sull'altare dell'idiozia tattica e strategica. Capolavori
architettonici ed artistici trovarono la fine, dopo esser stati, tra
le proprie mura, espressione per secoli di splendore e cultura, per
essere trasformate, da quasi “impiccio” per le divisioni
tedesche, a comodo riparo dei loro cannoni e mitragliatrici che per
altri quattro mesi falcidiarono e tennero in scacco le forze alleate.
La
seconda battaglia fu, di fatto, la continuazione della prima, con i
medesimi errori da parte alleata e la possibilità, per i tedeschi,
di usufruire delle macerie del Monastero per protezione ed attacco:
visto che l'Abbazia era stata rasa al suolo, infatti, l'accordo
precedente aveva perso ogni efficacia.
Qualsiasi
esperto di guerra urbana può confermare come una casa, o una
struttura in generale, può rivelarsi una trappola, mentre le sue
macerie costituiscono un riparo ideale. Un raid aereo, previsto per
il 16, venne anticipato al 15 di febbraio per il miglioramento delle
condizioni meteorologiche, ma ciò non venne riportato alle truppe a
terra che, quando entrarono in azione, trovarono i tedeschi in
postazioni che avrebbero dovuto essere presidiate dagli americani.
Anche la
“seconda battaglia di Montecassino” era finita senza che, in 5
settimane, gli Alleati avessero ottenuto miglioramenti, e con la
Città ed il monte dell'Abbazia di Montecassino ancora in mani
tedesche. L'Abbazia era stata distrutta inutilmente e colpevolmente e
le truppe alleate continuavano ad essere inchiodate alle posizioni di
partenza.
Ci
fermiamo qui, per quanto concerne i resoconti sull'inutile e
sconcertante distruzione della storica Abbazia, ma i successivi
avvenimenti, sino alla presa finale di Montecassino, che avverrà
solo a maggio, sono propedeutici al tragico epilogo delle
“Marocchinate”, che sono ricordate nel successivo articolo.
Dopo i
combattimenti, infatti, si verificarono feroci stupri di massa ad
opera dei “goumier”, soldati marocchini e algerini ai quali il
generale francese Alphonse Juin aveva concesso assoluta libertà di
comportamento per 50 ore, come premio per aver sfondato il fronte
difensivo tedesco. I goumiers commetteranno stupri, assassinii, furti
e violenze di ogni genere soprattutto a danno di donne, bambini e
sacerdoti in tutta la Valle del Liri e nei Monti Aurunci, passati
alla storia con il nome, appunto, di “Marocchinate”: per dovere
di cronaca è bene non dimenticare che le truppe colpevoli erano
sotto il comando francese.
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