LE
MAROCCHINATE :
ASPETTAVANO I
LIBERATORI MA ARRIVO’ L’INFERNO
La
riluttanza e la scarsa memoria del nostro Paese, dedita soprattutto
ad una sorta di invidia esterofila dei miti altrui, ci fa dimenticare
che di Martiri, ma soprattutto di Eroi, lo stivale ne ha avuti e
forse anche più di tutti gli altri paesi, dai più ammirati ed
invidiati.
Nella
nostra nazione sono avvenuti olocausti annegati nell’indifferenza
della storiografia per 60 anni e non ancora approfonditi del tutto
come le Foibe, il massacro dei bimbi di Gorla, le famose
“marocchinate”, gente comune, colpevole solamente di trovarsi al
momento sbagliato nella propria casa, mentre erano in atto pulizie
etniche, saccheggi, violenze e stupri di ogni genere, compiuti sotto
bandiere e vessilli di “liberazione”.
Nel
Febbraio del 1944 gli alleati bombardarono l’abbazia di
Montecassino, causando la morte di centinaia di civili. Raso al suolo
il monastero si passò alle cittadine limitrofe, e ciò portò alla
completa distruzione delle città sottostanti il monastero, Cassino
appunto, e altri centri urbani rurali del luogo: la stima delle
vittime in questa operazione fu di circa 50.000 militari e 10.000
civili.
Ora
l’esercito alleato si trovava di fronte alla linea Gustav, una
catena umana che tagliava in due parti la nostra penisola, dal
tirreno all’adriatico, voluta da Hitler come baluardo di
resistenza tedesca in terra italica.
I
continui attacchi frontali delle forze alleate alla retroguardia
teutonica, si rivelarono subito infruttuosi e superflui. Si decise
allora di aggirare la linea nemica e questo compito fu dato dal Gen.
Mark Wayne Clark, comandante della V armata americana, al Gen.
Alphonse Juin, comandante franco-algerino delle truppe francesi
(Goumiers) in Italia; ciò perché questi ultimi avevano una maggiore
predisposizione al combattimento montano.
Le
truppe francesi cominciarono così l’avanzata con l’operazione
che prese il nome “Diadem”, prima sottoponendo i tedeschi ad un
pesante bombardamento e subito dopo attaccando Monte Faito, presso i
Monti Aurunci, sguarnendo la linea nemica fino alla valle del Liri, e
risalirono poi verso il frusinate fino ad assestarsi in Toscana.
Dove
passarono però le truppe “liberatrici”, accaddero cose mai viste
in quelle terre: stupri, rapine, saccheggi, omicidi, evirazioni e
torture furono all’ordine del giorno…
Il
corpo di spedizione francese era composto da circa 110 mila unità,
per lo più marocchini, algerini, tunisini e senegalesi; essi si
chiamavano “Goumiers” in quanto erano organizzati in “Goums”,
gruppi composti da una settantina di uomini per lo più legati da
parentela.
Appena
sbarcati in Italia i Goumiers fecero subito vedere di che pasta erano
fatti: in Sicilia, infatti, essi cominciarono a razziare e
sequestrare donne del luogo considerandole “bottino di guerra” e
le portarono via come prostitute. I primi episodi si registrarono
sulla statale Licata-Gela, come ci dice lo storico Fabrizio Carloni,
per poi proseguire a Capizzi, tra Nicosia e Troina. Qui i
franco-africani si abbandonarono addirittura a stupri di massa:“…le
consideravano bottino di guerra e le portavano via sghignazzando e
trattandole con un linguaggio da trivio, come se fossero delle
prostitute…”.
Si
proseguì con lo stesso comportamento nei paesi di Mastrogiovanni
(dove madri e figlie venivano stuprate e poi passate per le armi),
Lanuvio, Velletri ed Acquafondata, dove ci fu addirittura un
rastrellamento di donne da violentare.
La
vergogna però che si compì nelle battaglie in ciociaria toccò
apici clamorosi e devastanti, e infatti il comandante francese Juin
per incentivare e caricare le sue truppe prima della battaglia,
sembra che pronunciò il seguente discorso:
“Soldati!
Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro
se vincerete questa battaglia.
Alle
spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori
del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete.
Dovrete
uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo.
Quello
che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i
padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico.
Nessuno
vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò
che prenderete…”.
I
suoi Goumiers non se lo fecero ripetere due volte…
Il
loro premio cominciarono a riscuoterlo nella cittadina di Esperia,
dove circa 3.500 donne, tra gli 8 e gli 85 anni, vennero stuprate e,
nella più benevola delle sorti, uccise; circa 800 uomini
sodomizzati, tra cui un prete (Don
Alberto Terilli)
che morì poco dopo; i parenti delle vittime o coloro che cercarono
di difendere le donne vennero impalati…
Gli
altri alleati erano al corrente di ciò che stavano facendo i
franco-africani?
Le
fonti sembrano dirci di sì, in quanto, già precedentemente, gli
ufficiali alleati avevano richiesto in patria “l’invio” di
prostitute al seguito delle truppe, per placare i desideri dei propri
soldati. Sapevano anche che i Goumiers francesi avevano un’altra
peculiarità: quella di evirare i soldati nemici e soprattutto quella
di vendere, a quei soldati americani bramosi di ottenere elogi
e galloni senza troppo rischiare, i soldati tedeschi catturati, al
prezzo di 500/600 franchi per un soldato semplice e di circa il
triplo per un ufficiale.
Quindi,
secondo alcuni storici, tutti sapevano cosa stesse accadendo, De
Gaulle in primis, e soprattutto chi era sul posto come il Gen. Harold
Alexander, che molti dicono ricevette la richiesta di permesso di
“carta bianca” da parte di Juin, limitandosi a contrattare con
egli le 50 ore di dominio “anarchico” sulla popolazione civile.
In una nota della Presidenza del Consiglio ciò si evidenzia ancora
di più, ed infatti si legge che gli ufficiali francesi:
“lungi dall'intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece
infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi…”
in quanto gli accordi prevedevano “un
patto che accorda loro il diritto di preda e saccheggio” e
che
“nella generalità dei casi essi preferiscono ignorare, e da
qualcuno è stato anche detto che agli irregolari marocchini spetta
il diritto di preda”.
La
furia franco-coloniale non si placò e continuò nelle cittadine di
Ceccano, Supino, Sgurgola e paesi limitrofi (dal 2 al 5 giugno 418
stupri su uomini, donne e bambini, 29 omicidi, 517 furti).
Una
nota dei Carabinieri ricorda la bestialità di quegli eventi:
“infuriarono
contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne,
ragazze e bambine (...) vennero violentate, spesso ripetutamente, da
soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, molte
volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a
tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati
innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose
abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate”.
Starà
poi alle truppe alleate franco-senegalesi completare “l’opera”:
infatti, prima di essere rimpatriate, infierirono ancora sulla
popolazione civile in Toscana, per lo più nell’isola d’Elba
(dopo essere passati anche in Val d’Orcia e nel viterbese).
Le
responsabilità di quei tragici giorni della nostra storia, devono
ricadere anche su alcuni uomini politici italiani di allora, perché,
non bisogna dimenticare, che l’Italia badogliana dichiarò guerra
alla Germania, diventando di fatto collaborazionista dello Stato
Maggiore alleato; non meno gravi le responsabilità del governo di
Unità Nazionale di Ivanoe Bonomi, che non sollevò mai una protesta
ufficiale per le cosiddette “marocchinate”, come del resto i
governi che lo hanno succeduto per 50-60 anni e per i quali questo è
sempre stato un argomento tabù e politicamente scorretto, in virtù
di quella che Renzo De Felice amava definire “vulgata
resistenziale”…
Dopo
la guerra il corpo di spedizione francese riconobbe alle vittime un
indennizzo che andava dalle 30 alle 150 mila lire a donna stuprata;
tali somme vennero detratte dai danni di guerra dovuti dall’Italia
alla Francia; dal canto suo il governo italiano pagò alle vittime
una pensione minima e a tempo.
Le
cifre di queste nefandezze non sono molto chiare: si parla di circa
60.000 donne stuprate, numero che si basa sulle richieste di
indennizzo ricevute. Di queste vittime, una grande percentuale rimase
affetta da malattie come sifilide o blenorragia, molti furono i figli
nati dai rapporti coatti, la maggior parte dei mariti e dei compagni
furono contagiati dalle mogli, migliaia di omicidi, parte dei quali
effettuati ai danni di chi “osava” difendere l’onore delle
donne, l’81% dei fabbricati distrutti, il 90% del bestiame
sottratto, così come i gioielli e ogni altro tipo di beni materiali,
evirazioni, cittadini impalati, bambini (di entrambi i sessi),
uomini, sacerdoti ed anche animali sodomizzati…
Ad
aggiungersi a questi dati strazianti, per le vittime ci fu anche la
beffa di vedersi come delle persone emarginate dalla società, non ci
furono quasi mai nei loro confronti degli atti di solidarietà, molte
donne vennero ripudiate, stentarono a trovare un marito ed un lavoro
e molte furono quelle che non riuscirono a convivere con questo
fardello suicidandosi.
Ecco
una testimonianza dell’epoca:
“I
soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne
aperta, abbattuta la porta stessa colpivano la Rocca con il calcio
del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi,
quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e
violentata mentre il padre (...) da altri militari veniva trascinato,
malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non
potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto
un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi…”
Ricordare,
in alcuni casi, è un dovere…
Sergio
Sagnotti
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